Un tempo ero un genio. Ora ho un blog.
 Quindi ti affezioni facilmente?
 Senti, oggi c'era 'sto documentario sugli animali e c'era questa cucciola di puma con una paralisi cerebrale. E poi, boom, titoli di coda senza dirci nient'altro sul futuro di quella creatura. Ero quasi alle lacrime, capisci? Mi ha distrutto questa cosa.

La sincerità è la bava del cattivo umore. 

A Kulen ,“il posto da cui tutti veniamo”, non si sentono liti, né lamenti. Non si avverte tristezza, rassegnazione e fatica non abitano qui. È un mondo antico, legato a una buona causa. La causa è stare vicino ai propri figli e alla propria terra. Quella stessa terra per la quale, dopo il 1979, è iniziata una corsa senza scrupoli. I più forti - ci spiega Pulsatilla - si sono accaparrati le fette migliori, quelle più ricche di risorse. Quella stessa terra che ora i cinesi, le multinazionali vietnamite o imprese locali portano via a chi l’ha sempre abitata e coltivata per sopravvivere. Poco importa se a loro, giovani con le rughe e ragazze incinte, non resta più nulla.

Secondo la mitologia locale, Kulen è il posto da cui veniamo tutti. Per raggiungerlo ci vogliono due ore di macchina da Siem Reap. Per raggiungere Siem Reap ci vuole un’ora di aereo da Bangkok. Per raggiungere Bangkok ci vogliono undici ore di volo da Roma. Tirando le somme, il posto da cui vengo dista quattordici ore da casa mia: le prime dieci piuttosto comode, con le solite fette di prosciutto pallido servite dentro scatole a incastro, accompagnate da cuffie taglienti con cui ho guardato due volte La Grande Bellezza; l’ora di volo successiva, quella per andare dalla Thailandia alla Cambogia, l’ho fatta su una specie di aereo giocattolo, con tanto di elica sul naso, dove l’unica speranza di non stare per precipitare me la dava il sorriso incrollabile di un’hostess imbragata sul suo seggiolino sobbalzante; le ultime due ore, quelle dall’aeroporto di Siem Reap alla meta, le ho fatte via terra, su un mini-van attrezzato per inerpicarsi in salita lungo strade fangose, perché Kulen, come scopro a suon di buche e di rami che graffiano il finestrino, è un monte. Il monte Kulen. La mia scarsa esperienza nel recepire i miti trasmessi oralmente ha registrato il mito riguardante il monte Kulen come segue: c’è un serpente a cinque teste, detto Naga; il Naga è buono, forse addirittura il Bene; ci sono spiriti buoni e cattivi che si contendono il Naga, tirandolo di qua e di là come due squadre che giocano a tiro alla fune: un tot di dèi di qua, un tot di demoni di là; tira e tira, la trazione del Naga crea un’oscillazione nel brodo primordiale (“Mare di Latte”, lo chiamano loro) e questo movimento dà origine alla Vita. Tutto ciò, secondo la tradizione buddhista Theravada, accade a Kulen. Mi prefiguro quindi il monte Kulen come un luogo addobbato in pompa magna, invece trovo alberi - alberi identici a tutti gli alberi che ho visto scorrere fuori dal vetro fin qua - e un limpido torrente. Sembra il Trentino, se non fosse che c’è un tempio, enorme e trafitto dal sole, dove un bambino col pisello di fuori corre a nascondersi tra le colonne inseguito dal nonno. Ma il posto da cui veniamo tutti, secondo me, è a un’ora di mini-van più su, in un villaggio dove sono acciambellate alcune capanne abitate da donne, bambini e maiali allevati al brado, dove ancora oggi la Vita riluce nel suo grezzo splendore, ridotta ai minimi termini: il Vivere.

Raccolta delle foglie usate per le pareti delle capanne sul monte Kulen.

Qui si vive e basta. Non succede altro. Un’eventualità alla quale sono impreparata come narratrice. E io sono qui in veste di narratrice. Narrare significa registrare presenze, azioni, dialoghi. Le scuole di scrittura non fanno altro che ripetere dal primo all’ultimo giorno di corso: «Cosa accade?». Qui non accade niente. I ferri del mestiere sono spuntati. Precipito in questo niente appena metto piede giù dal mini-van: il lungo tonfo di Alice che cercava il Bianconiglio e cola a picco nel vuoto. Finisco su un sasso - non esistono sedie, a Kulen - al cospetto di una donna che ha l’età di mia madre e le grinze di mia nonna. Con gesti sicuri infilza foglie in uno spiedo di bambù. Adesso ci sta mostrando come si fa il tetto di foglie, mi dice l’interprete. E mi rendo conto di aver pensato a voce alta: «Bello questo tetto» e di essere stata presa, a quanto pare, molto seriamente dall’operosa padrona di casa - bisogna chiamarla casa perché un telaio di fogliame attaccato a pali di legno, per loro, è una signora casa. La fotografa si inginocchia per catturare i primi scatti mentre il videoperatore, con movimenti felpati e discreti, inizia a riprendere. Mi compiaccio di aver generato un piccolo evento laddove un attimo fa non stava succedendo davvero nulla, stiamo guardando - amici telespettatori - come si fa un tetto di foglie, stiamo svolgendo un’autentica attività cambogiana ai piedi di una capanna. Chiedo alla signora cosa fa nella vita. Lei nella vita fa questo. Intreccia foglie, poi le vende. Le chiedo quanto costa un metroquadro di quel manufatto. Lei insabbia per terra la punta di uno stecchino e disegna con impegno un reticolo di linee, il traduttore traduce, ma francamente non è molto chiaro; con un dollaro e mezzo risolvi buona parte di un’eventuale parete, mi pare di capire.

Una donna intreccia le foglie per farne pannelli che serviranno a rinforzare le pareti e il tetto della capanna

Faccio altre domande e scopro che: la signora è vedova; le figlie sono sposate; quei bambini sporchi di terra che mi guardano con occhi grandi sono i nipoti. Mi è stato sconsigliato di menzionare Pol Pot perché molti si sono visti fucilare i propri cari sotto il naso: i ricordi sono ancora freschi di sangue, le famiglie sono rimaste spolpate. Mi alzo dal sasso, giungo le mani dicendo l’unica cosa che ho imparato fin’ora in Cambogia - «Oukun Chràn», grazie mille - e mi metto a gironzolare verso altre capanne, verso altre storie, ma trovo sempre lo stesso tipo di capanna, lo stesso tipo di storia: donne che intrecciano foglie, bambini che mi guardano con occhi grandi. C’è un bambino che sta giocando con una falce arrugginita. È un affare che se intercettassi sul cammino sposterei con i piedi. Lui lo usa di taglio per fare a pezzi un ramoscello: con una mano blocca il ramo per terra, con l’altra mano solleva la falce in aria e la fa piovere a peso morto a pochi millimetri dal suo dito. Pum. Afferro la madre per un braccio - è seduta lì accanto, con un esserino di un anno attaccato al seno - e le chiedo se ha visto cosa sta facendo il bambino: non è che per caso rischia di cioncarsi un dito, con quel coso? La donna ride, annuisce, si stacca dalle mammelle le dita piccine del lattante e mi mostra due tagli rosso ruggine. Come dire: questi bricconi dei miei figli. Le chiedo dove cucina. Non cucina spesso, perché spesso non c’è cibo. Strappa frutti, bacche, foglie dai cespugli. Mentre mi parla, dei pulcini stortignaccoli le camminano tra i piedi. Ne aveva cinque, mi spiega. Due sono morti. Tre diventeranno polli e li venderà. Al mercato. Forse.

Pulsatilla mentre intervista una delle donne del paese.

La forza della Vita. Le chiedo che lavoro fa, se intreccia foglie anche lei. No, lavora in una piantagione col marito. Per una giornata di lavoro prende tre dollari e dieci centesimi. I figli - quattro - la seguono in piantagione. Chiedo all’interprete se posso fare una domanda personale. L’interprete traduce, la donna fa sì col capo. Signora, sa cosa sono gli anticoncezionali? Il traduttore corruga la fronte, non sembra capire. Provo a spiegarmi meglio, uso un giro di parole. Con un giro di parole ancora più farraginoso del mio, l’interprete traduce. La donna corruga la fronte, non sembra capire. Il traduttore cerca di spiegarsi meglio, lanciato in un monologo sudaticcio che mi sembra infinito. La donna finalmente afferra, dice di sì, che prenderà informazioni. Prenderà informazioni sulla contraccezione a Kulen, nella culla della Vita, dove la Vita dall’età di sette anni è forza lavoro per le famiglie, e in età adulta rappresenta l’unico sistema pensionistico dei genitori.

Una famiglia in una delle ampie aree deforestate nel distretto di Svai Leu, uno dei più poveri di tutta la Cambogia.

Alla donna incinta approdo pochi minuti dopo. Sarà incinta di quarantuno settimane, è secca secca, tutta pancia. Si liscia con le mani una camicia di acrilico a fiori che aderisce al bambino come cellophane. Il medico le ha detto che il bimbo è malposizionato. Malposizionato come? Malposizionato non si sa. Allora devi andare in ospedale, le dico. Noi tra poco torniamo giù a Siem Reap. Possiamo chiedere ai cooperanti Oxfam di venire con noi. La ragazza ribatte qualcosa in khmer, questa lingua che quando è scritta sembrano ricami sul centrino. Non può andare in ospedale perché è povera, dice l’interprete. Cosa c’entra che è povera, dico io. Cosa c’entra che sei povera, dice l’interprete. In ospedale non mi darebbero da mangiare, risponde la ragazza. Ti darebbero da mangiare, certo che ti darebbero da mangiare, rispondo io. Vero che in ospedale le darebbero da mangiare? La ragazza insiste: in ospedale non danno da mangiare. Ha un’ostetrica? No. Ha una suocera. La suocera ha fatto nascere dei bambini. Ok. Dille che se il bambino è malposizionato rischia di perderlo. Spiegale che rischia anche lei. Noi fra poco andiamo. Se vuole, possiamo darle un passaggio. Dille di pensarci molto bene. Diglielo. Gliel’hai detto? Ridiglielo.

Un kandaw pig, il maiale che vive allo stato semibrado nella foresta cambogiana al pascolo con la sua proprietaria.

Salta fuori che il problema non è il mangiare, è il marito. Il marito è a lavorare nei campi, come fa a dirgli che è andata in ospedale? Non so, tipo andando nei campi e dicendoglielo? I campi sono là, ti accompagniamo noi. Fai venire anche tuo marito. Salta fuori che il problema non è il mangiare, non è il marito, è che non sa a chi lasciare la figlia. A tua suocera, quella che fa nascere i bambini. Lasciala a lei, no? Sto per afferrare la falce e lanciarla contro qualcuno. Vabbè, noi andiamo, dice la fotografa. Mentre cammino con furia nell’erba alta ripenso a mia nonna, che ha talmente paura del mondo che quando dobbiamo portarla al ristorante inizia ad accampare scuse fantasiose e poi si fa uscire il sangue dal naso. Piuttosto che abbandonare il guscio, meglio la morte. Questa ragazza è uguale, non vuole lasciare il villaggio. Piuttosto che abbandonare il guscio, meglio la morte. Il problema è che nella culla della Vita, la morte è Morte. Questa ragazza non è mai stata a Siem Reap, dice Alessandro Cristalli, il cooperante Oxfam. Come mia nonna, gli dico: anche mia nonna è di Roseto Valfortore e non è mai stata a Bari. Qui se vai in città pensano che ti vai a prostituire, dice lui. No, a Roseto Valfortore no. Passiamo davanti a un poppante che mi sorride tirando fuori la lingua, e sulla lingua ha un tappo di bottiglia. Potrebbe ingoiarlo e soffocarsi. Ma qui nessuno pensa che possa accadere qualcosa di male. Hanno fiducia. Sembrano attaccati a una placenta che li sazia perfettamente. La fiducia del feto, la fiducia di chi pensa ancora solo bene del mondo. A Kulen non si sentono schiamazzi, non si sentono liti, non si sentono lamenti. Non si sente tristezza, o rassegnazione, o fatica. Ogni tanto muore qualcuno, ma che sarà mai. Si muore per una buona causa. La causa è stare vicino ai propri figli e alla propria terra, saldamente in sella a quello che conta. Sembrano arrivati, in realtà non sono mai partiti. Tra poco li costringeremo a entrare nel circuito del consumismo, dell’ambizione, della motorizzazione di massa e di tutte quelle cose che loro chiamano prostituzione, non a torto: prostituirsi, in fondo, è divorziare da sé stessi in cambio di soldi. Li renderemo schiavi di una multinazionale cinese o vietnamita, li faremo migrare nelle industrie di vestiti della Capitale dove i Cinesi li recluteranno, se è necessario li uccideremo, e poi commissioneremo i nostri capi di vestiario senza sporcarci le mani direttamente, uscendo puliti dalle riunioni di marketing parlando di «delocalizzazione ». Loro aspettano la loro ora senza fare niente. A parte vivere. I bambini vicino ai bambini, le madri vicino alle madri, madri e figli vicini alla terra.

La deforestazione intorno alla comunità di Taprom, nel distretto di Svai Leu.

Saggezza al femminile. Il giorno prima di venire a Kulen, avevo assistito a una riunione di capi villaggio. Capi villaggio, uno pensa: uomini anziani, saggi, rugosi. No. L’età media era venticinque anni e la metà dei capi erano donne, donne democraticamente elette. In prima fila c’era una capo comunità di diciannove anni con la camicia celeste e la coda di cavallo. Graziosa, sorridente. Pura. Aveva un bambino piccolo che giocherellava fra le sue braccia senza emettere un fiato. Erano riuniti davanti a un ventilatore spento per riferire ai cooperanti Oxfam l’esito della trattativa avvenuta poche ore prima con una società cambogiana interessata a prendere la loro terra. La società vorrebbe edificare una struttura di ricezione turistica. E si è fatta sotto con un’offerta irripetibile. «Oggi sono impazzita» direbbe Vanna Marchi, acquisire il suolo per venticinque anni, cioè per sempre, in cambio di niente. Non evacuando gli abitanti come avrebbe fatto un dittatore qualunque, per carità. La società li «inviterebbe» civilmente a lavorare per il progetto turistico. Non gratis, non proprio. C’è un bel dollaro al giorno per ogni visitatore che entra. Un dollaro da spartire fra tutti i membri di ogni comunità. Se entrassero dieci visitatori al giorno, sarebbero dieci dollari da dividere fra seicento persone. Dieci diviso seicento fa 0,01666667.

La mappa delle attività di Oxfam per la pianificazione del territorio. In blu le attività svolte solo da donne.

Questione di ego. Ai capi comunità, che hanno questa fiducia fetale nel pianeta, essere espropriati della terra e messi per venticinque anni ai lavori forzati in cambio di 0,01666667 dollari al giorno è sembrata un’offerta da non sottovalutare. Alessandro, con una calma piuttosto invidiabile, ha suggerito delle controproposte. Perché non provate a contrattare per un anno invece che per venticinque, ha detto. Perché non provate a fare un progetto per svilupparlo da soli, il turismo. Vi aiutiamo noi. Usate la vostra terra con provento. I capi ascoltavano, annuivano, intervenivano, rigorosamente uno per volta. Si stavano giocando tutta la loro vita a pari e dispari e c’era molta più pacatezza ed educazione che in una qualsiasi riunione di condominio. Lì ho capito: i cambogiani non hanno l’ego. È così, non ce l’hanno. Non ce n’è traccia. Forse Dio non gliel’ha dato, forse qualcuno gliel’ha tolto.

Il riposo dopo la raccolta di bacche e frutti nella foresta.

Questa è la “terra di nessuno”. Il problema di queste terre è che non sono di nessuno. Pol Pot ha fatto bruciare i catasti, ha collettivizzato tutto. Dopo il 1979 si è iniziato lentamente a ragionare sulla ridistribuzione. E mentre si ragionava, i più forti - di fatto gli ex Khmer Rossi - si sono accaparrati le fette migliori, quelle più ricche di risorse. Si chiama land grabbing: corsa alla terra. La terra produce sempre meno, gli abitanti sono sempre di più. Bisogna occuparla disperatamente, metroquadro per metroquadro. Di solito si attribuisce il land grabbing alle «multinazionali americane» per un’affezione all’immaginario anti-imperialista e anti cow-boy. Ma gli occidentali non saccheggiano la Cambogia direttamente, preferiscono far sporcare le mani a qualcun altro. I cinesi sono perfetti. Ma anche la multinazionale vietnamita, o l’impresa locale possono fare buoni affari. Basta un po’ di prepotenza. Basta andare al ministero dell’Agricoltura, presentare un business plan, «Voglio fare un campo di canne da zucchero», e lasciare una bella mazzetta sul tavolo. Il ministero dice ok, puoi prenderti ottocento ettari là. Nemmeno verifica se “là” ci abitano delle persone. L’impresa arriva con le ruspe, se è necessario con un endorsement di kalashnikov, e butta la gente fuori dai villaggi per raderli al suolo. Gente che vive lì da secoli ma non ha più nessuna titolarità per dire che quella è la sua terra. Questo tipo di negoziazioni sono molto convenienti per i poteri: oltre alla mazzetta, il governo incassa anche le tasse che la società dovrà pagare per esportare lo zucchero; la società, prima di mettere le canne da zucchero, abbatte la foresta e si porta via tutta la legna. Legna da ardere, legna per costruzioni, legni di lusso. Chi ci rimette sono le comunità che con quel legno ci campano. La foresta rappresenta tutta la loro economia.

Alcuni monaci alla cascata del fiume sacro Steung.

Raccolgono. cacciano. Si sostentano di frutti, erbe, bulbi, rane, insetti, piccoli roditori. Miele. Dalla foresta prendono il combustibile per il fuoco, i pali per costruire le case, le materie prime per il loro piccolo artigianato. Nella foresta allevano il maiale kandaw, che è un maiale semiselvatico, a pelo grigio-nero, pregiatissimo, che prima dell’arrivo di Oxfam rischiava l’estinzione. Il lavoro dei cooperanti parte da qui, dai villaggi. Per identificare, descrivere, attribuire, mappare la terra che queste comunità proclamano propria. Le mappe vanno in Comune, dal Comune passano al Distretto, dal Distretto all’Amministrazione Forestale, dall’Amministrazione Forestale alla Provincia, dalla Provincia al Ministero dell’Agricoltura presso la Capitale, finché quel grido di dignità non diventa un pezzo di carta con dei timbri. A quel punto, le comunità sono formalmente proprietarie del loro pezzetto e l’impresa non può più arrivare con le ruspe. Deve chiedere. Deve negoziare. Vi prendiamo tutto in cambio di niente, vi va? E loro, come ho avuto la possibilità di constatare quel giorno, potrebbero dire di sì. Perché hanno paura. Quelli sparano, loro lo sanno. Pol Pot ha massacrato a sangue freddo un milione e mezzo di persone dicendo «Tenervi non comporta alcun beneficio, eliminarvi non comporta alcuna perdita». Comunque, eravamo a Kulen.

Nel grigio perla del tramonto. Quando lasciamo Kulen, il luogo da cui proveniamo tutti, il sole sta affogando in un tramonto grigio perla. È la stagione monsonica: cielo basso, nuvole basse, sentieri di sterrato che sfociano in enormi pantani. La fotografa e il videoperatore sono ingordi di paesaggio, stanno attaccati al vetro per rubare l’ultima luce. Intorno a noi radure a macchia di leopardo, alberi che pendono, saccheggi spontanei lasciati a metà. Nel retro del minivan è seduta la ragazza incinta. Accanto c’è il marito, con una faccia di pietra. La bambina è rimasta con la nonna. Per tutto il viaggio, i due non dicono né a né bi. Non si sorridono, non si parlano, non si tengono la mano. Non guardano nemmeno cosa c’è fuori. Scendono davanti all’ospedale, due ore e mezzo dopo. Non vogliono essere accompagnati. Prendono il nostro numero ma chissà se lo useranno. E niente, la storia della ragazza incinta finisce qui. Nelle scuole di scrittura lo chiamano finale aperto. •

Noi qui a ridere e scherzare, tra moralismi, pacifismi, eruditismi, intellettualismi e politically correct, e lì fuori c’è un parassita che atrofizza la lingua dei pesci e diventa esso stesso una lingua per mangiare il cibo al posto dell’ospite. 

Amo quel vostro scapigliato maledettismo provinciale.

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