Un tempo ero un genio. Ora ho un blog.

faithanddagger:

I don’t care who you are. If your girlfriend falls asleep in your lap, and even after 30 minutes when both of your legs go numb, don’t move. You fucking stay there and appreciate the cute little thing in your lap. If you move you’re weak and natural selection is coming for you.

La storia è una roba da uomini. La storia dell’uomo è tutto un susseguirsi di uomini che tirano le pietre ad altri uomini, salvo poi fare la pace e concordare su quanto le donne siano l’anello debole di questo sofisticato sistema. È una lunga storia di uomini che odiano le donne. per questo motivo è sempre difficile, ambiguo ed estremamente interessante rivisitare il passato da un punto di vista femminile. Non solo, anche il presente offre i suoi scenari più controversi, nei quali il ruolo delle donne è nascosto e si manifesta per altre vie. Nelle generazioni 2.0, anche il web può diventare uno strumento di emancipazione o, almeno, un megafono per delle voci che altrimenti rimarrebbero in sordina. Basti ricordare l’importanza avuta dai social network durante le Rivolte Arabe del 2011 o durante la questione Ucraina. In modo particolare questo avviene in quei contesti culturali nei quali il ruolo della donna è secondario e marginale per antonomasia. È ovvio che una struttura mediaticamente ben architettata come quella dell’ISIS non può sfuggire da questa logica. Se nella realtà il percorso di accettazione di un nuovo membro nei quadri dell’ISIS è complesso e fatto di rituali, controlli e addestramenti, il primo fronte di reclutamento di nuovi jihadisti spesso è virtuale e si trova nel web. Ed è in buona parte controllato da donne. Facebook ha un ruolo abbastanza di nicchia in questa operazione, mentre svettano Twitter, Tumblr, Ask.fm e Kik. Alcuni account sono falsi, altri sono gestiti per appassionata devozione alla causa, altri sono considerati dei veri e propri “punti caldi” nella sofisticata strategia di recruiting delle brigate ISIS. Aveva fatto scandalo qualche tempo fa il tweet di Khadijah Dare, all’indomani dell’esecuzione del giornalista James Foley: I wna b da 1st UK woman 2 kill a UK or US terorrist! 

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E da lì si è aperto un mondo in precedenza alquanto sottovalutato: il ruolo delle donne musulmane aderenti all’ISIS sui social network, anche in un contesto internazionale. Se il fronte di Al Nusra spende meno energie in queste strategie e Al Qaeda prevede un processo di valutazione più selettivo per l’ingresso dei nuovi membri, l’ISIS invece non si tira indietro con video di propaganda, forum e addirittura meme volti a risvegliare le coscienze dei musulmani all’estero potenzialmente interessati (in particolar modo dal Regno Unito e dalla Francia). Dotata animi mulier virum regit, dice un proverbio latino, che è il corrispettivo del nostro Dietro ad un grande uomo c’è sempre una donna forte. Più che come delle compagne, queste donne sono viste in funzione delle mansioni di supporto che possono svolgere, in rapporto alla procreazione e anche come strumenti di propaganda. Le donne riescono a raggiungere e a convincere altre donne, con una sensibilità altrimenti sconosciuta dalle loro controparti maschili. Mentre i loro mariti combattono, queste donne diffondono il messaggio dell’ISIS a tutto il mondo. Sono spesso delle adolescenti o delle giovani donne musulmane che vivono in paesi occidentali (questa loro intrinseca occidentalizzazione la si nota nell’uso di slang tipicamente americani o di emoji) , disposte a lasciare tutto per raggiungere la Siria o l’Iraq e lì sposare uno jihadista. O anche diventare delle ancelle del sesso, secondo la formula del Jihad al-nikah.

Aqsa Mahmood, nel novembre del 2013, si è trasferita da Glasgow in Siria, a Raqqa (è considerata la capitale dell’IS), dove ha sposato un combattente ISIS che aveva incontrato solo su Skype. Il suo account Twitter ora è chiuso, ma aveva raggiunto un altissimo numero di follower. Aqsa, con lo pseudonimo di Umm Layth (usato da molte altre ragazze su Internet), ha pubblicato online e su Tumblr, attraverso il suo blog chiamato Fa-Tubalilghuraba, un libro in inglese dal titolo Diary of a Muhajirah. Muhajirah significa migrante. È un manuale di orientamento per le giovani donne che stanno prendendo la decisione di recarsi in Medio Oriente per la causa dell’ISIS. Tra consigli morali e spirituali, si trovano anche delle parti più amichevoli e confidenziali: che cosa mettere in valigia? E qui traspare benissimo la componente quasi scherzosa e infantile di queste ragazze. Su Tumblr mi soffermo sul blog di Fa-Tubalilghuraba, di Diary-of-a-muhajirah (appartiene ad una 26enne malese, dottoressa, nome di battaglia Sham), di Umm Ubaydah (è firmato anche come Al-Khanssa e così compare su Twitter. È il nome di una poetessa araba del 500 d.C. e di una brigata ISIS tutta femminile), di Youngmuslimahh e di Ummbaraa. Quello di Tumblr è un mondo noto. I ragazzi più giovani lo usano per parlare di film, libri, complessi adolescenziali e di turbe amorose.

Queste donne alternano a foto di gattini o di tramonti citazioni religiose, versetti del corano, frasi del califfo, fotografie di jihadisti e di armi, meme satirici e ironici sulla superiorità dell’IS. Rispondono a chi chiede loro consigli o chiarimenti. Riesco ad entrare in contatto con Ummbaraa e lei mi fa capire che io sono una secular person (laica), chiusa nel mio egoismo. Siamo su due linee d’onda agli antipodi: io penso alla vita e alla qualità della stessa, basandomi su parametri di libera esistenza, lei pensa alla morte e al riscatto futuro, al dovere che annulla le lussurie personali. Concludo citando un pezzo di Riccardo Staglianò, che ha intervistato per un reportage Anjem Choudari (leader predicatore che aiuta i musulmani britannici a partire per la guerra santa). Nella sua auto Honda, sulla vita del ritorno a notte inoltrata, riceve varie chiamate mute da un numero sconosciuto. Infine minaccia il molestatore: «Se non smette, pubblico il suo numero su Internet». Poi mi guarda e si compiace – dopo che mi aveva istruito sulla lezione del Profeta che per stare bene basta solo un tetto sulla testa e del cibo nella pancia – delle virtù del suo telefonino. «Il bello dell’iPhone è che puoi bloccare i chiamanti indesiderati». È dalle contraddizioni prosaiche che cominciano a sgretolarsi i cattivi maestri.

Non mi fido di chi non ha le occhiaie.

Qualcuno mi dica che la mia aspirazione a diventare una reporter di guerra non è sintomo di vocazione al masochismo.

VOLUNTEER EXPO

VOLUNTEER EXPO. Uno slogan, una missione. A Milano è quasi impossibile non farci caso: le metropolitane, i mezzi pubblici e gli edifici del centro sono stati tappezzati dai manifesti per la campagna che pubblicizza il volontariato durante Expo 2015. Per tutti gli altri italiani, i manifesti sono stati compensati con dei banner pubblicitari su Youtube, Facebook e numerosi altri siti. Il tipo di immagini e di parole utilizzate per questa campagna rende subito chiaro il target a cui è rivolta: giovani, in particolare studenti universitari. Ma non solo, perché lo spot del volunteer expo lascia intendere che anche i pensionati siano i benvenuti. L’uso (massiccio, oserei dire) dei volontari nei grandi eventi di questa risma non è certo una novità. Per fare degli esempi concreti nostrani, il Meeting CL di Rimini ha impegnato a titolo volontario circa 3000 ragazzi, il Festival del Giornalismo di Perugia tra i 200 e i 300 ogni anno, come anche è tipico negli eventi relativamente più contenuti: dal Bookcity di Milano, al Festival della Letteratura di Mantova, senza dimenticare, per restare più sul locale, la Festa dell’Opera di Brescia. Il caso più eclatante a livello mondiale è stato quello delle Olimpiadi di Londra nel 2012, con oltre 70.000 volontari.

E per l’Expo 2015? Si parla di circa 18.500 volontari, con turni di varia durata, il più breve dei quali è di 15 giorni e il più lungo è di 12 mesi. Ma l’Expo non doveva creare lavoro? Uno specchietto per le allodole c’è, a dire la verità. La sezione Lavora con noi (e poi, perché mettono sempre con? Rende il lavoro più comunitario e idealizzato? Un più veritiero per non farebbe scandalo) si apre con una sferzata di ottimismo: Coltiva la tua personalità, condividi i tuoi interessi, diventa protagonista di Expo Milano 2015, l’evento che per 184 giorni catalizzerà l’attenzione del mondo su Milano e sull’Italia. Un evento che è anche un’opportunità di crescita professionale e di formazione. Expo Milano 2015 vuole entrare in contatto con talenti dalle spiccate capacità di innovazione, creatività e adattamento, che condividano i valori che hanno permesso il successo della nostra candidatura. Lavorare per Expo significa entrare a far parte di una squadra composta da professionisti e manager con esperienza nazionale e internazionale, che affrontano tutti la stessa sfida: creare valore per la nostra comunità, il nostro sistema Paese e per l’intero Pianeta. Bellissimo, no? Poi si scopre che i dipendenti totali, in confronto ai 18.500 volontari, saranno all’incirca 1100, di cui per la maggior parte si tratta di apprendistati (la forma più raffinata di precariato, come non dimenticano mai di ricordarci) e stage retribuiti con 1 euro all’ora, come stabilito da un accordo tra Camera di Commercio e Politecnico di Milano.

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Torniamo al discorso del volontariato. Lo spot per lanciare la campagna meriterebbe un’analisi a sé stante, perché in 1 minuto esatto riesce a scattare una fotografia piuttosto chiara dell’attuale mercificazione dei più giovani. È il classico video con immagini in sequenza veloce e frenetica, che dovrebbero dare al futuro volontario un’idea delle meraviglie che lo attendono (ed entrano in gioco anche i pensionati, che a quanto pare hanno la speranza di riciclarsi mangiando sushi). Si sottolineano i probabili incontri amorosi, i tanti “mi piace” che si avranno, le innumerevoli selfie nelle quali si verrà taggati. Perché, se proprio non devo ricevere un riconoscimento per il mio servizio, almeno entrerò nel vero social network dell’anno. E il video si conclude con la scritta: “E potrai fare tutto questo per davvero!”, mentre io mi immaginavo un: “E potrai fare tutto questo gratis (per noi!)”. @Noexpo2015 ha scritto: “Perché lavorare gratis per un evento che costa miliardi di euro di soldi pubblici?”.

La risposta è arrivata da Stefano Tabò, presidente del Coordinamento Nazionale dei Centri di Servizio per il Volontariato: Non risulta che in termini di occupazione il volontariato abbia mai sottratto posti di lavoro (ma sicuramente non ne ha creati). Il moto iniziale che ha spinto il protocollo non è quello del semplice risparmio economico, ma il riconoscimento che la qualità dell’accoglienza si arricchisce della presenza di persone che non sono solo lavoratori pagati, ma anche volontari”. Quest’ultima affermazione è opinabile e parlo da studentessa universitaria che in più occasioni ha lavorato a titolo volontario per eventi di questo genere. In genere il volontario riceve almeno un rimborso per il viaggio o per l’alloggio (giustamente) e questo quasi totale esonero dalle spese spesso crea una dannosa equiparazione tra il concetto di volontariato e quello di vacanza spesata. Se è vero che retribuire 18.500 lavoratori è complicato e dispendioso, è anche vero che più di 500 volontari al giorno (questi i numeri previsti) sembrano un eccesso che si potrebbe notevolmente ridimensionare con dei criteri di selezione dei candidati più rigorosi ed esigenti, in modo da avere, ipoteticamente, 100 volontari ogni giorno seriamente competenti e non 500 troppo impegnati nelle selfie o negli hashtag. Ridurre sensibilmente il numero dei volontari (che comunque, pur non essendo pagati, non sono gratuiti) e aumentare le assunzioni, magari.

 Quindi ti affezioni facilmente?
 Senti, oggi c'era 'sto documentario sugli animali e c'era questa cucciola di puma con una paralisi cerebrale. E poi, boom, titoli di coda senza dirci nient'altro sul futuro di quella creatura. Ero quasi alle lacrime, capisci? Mi ha distrutto questa cosa.

La sincerità è la bava del cattivo umore. 

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